Poesie


L’odissea oscura si svela
dinnanzi ai prossimi giorni,
ho un battello ebbro come taxi per il non ritorno,
nessun testamento se non il mio ricordo sepolto
nelle coscienze di coloro che ho amato.
I miei ideali sconvolti si fanno brace
e brucia onnipresente il richiamo al dovere
il volere primo della mia anima errante.
Lasciarsi alle spalle ogni scrupolo di conforto
per la passione della compassione
della connivenza con la tragedia,
della ricerca di un medicamento
contro ogni orrore del mondo.
Sarò in Palestina,
entro poco
se le stelle mi saranno compiacenti
e brillerò anche per coloro che non hanno osato,
perché non è una resa schivare i domini della morte,
ma è per la mia anima offesa un richiamo alla non abdicazione.
Quella strada che il fato mi fece svoltare
che è presto mutata nella mia causa utopica
e mi perdoni la mia musa,
la mia famiglia certificata
e quella atavica che cercai di ricomporre
tutti e tutte coloro che son stati sfiorati dai miei tentacoli d’emozione
chiedo perdono
per non aver osato guardare uno specchio
e scoprirmi resto alla ricerca dell’assurdo.
Hanno ucciso tutti
Hanno ucciso tutti
hanno ucciso tutti i minareti
e le dolci campane
uccise le pianure e la spiaggia snella
ucciso l'amore e i destrieri tutti, hanno ucciso il nitrito.
Per te sia buono il mattino.
Non ti hanno conosciuto
non ti hanno conosciuto fiume straripante di gigli
e bellezza di un tralcio sulla porta del giorno
e delicato stillare di corda
e canto di fiumi, di fiori e di amore bello.
Per te sia buono il mattino.
Non hanno conosciuto un paese che vola su ala di farfalla
e il richiamo di una coppia di uccelli all'alba lontana
e una bambina triste
per un sogno semplice e buono
che un caccia ha scaraventato nella terra dell'impossibile.
Per te sia buono il mattino.
No, loro non hanno amato la terra che tu hai amato
intontiti da alberi e ruscelli sopra gli alberi
non hanno visto i fiori sopravvissuti al bombardamento
che gioiosi traboccano e svettano come palme.
Non hanno conosciuto Gerusalemme ... la Galilea
nei loro cuori non c'e' appuntamento con un'onda e una poesia
con i soli di dio nell'uva di Hebron,
non sono innamorati degli alberi con cui tu hai parlato
non hanno conosciuto la luna che tu hai abbracciato
non hanno custodito la speranza che tu hai accarezzato
la loro notte non si espone al sole
alla nobile gioia.
Che cosa diremo a questo sole che attraversa i nostri nomi?
Che cosa diremo al nostro mare?
Che cosa diremo a noi stessi? Ai nostri piccoli?
Alla nostra lunga dura notte?
Dormi! Tutta questa morte basta
a farli morire tutti di vergogna e di sconcezza.
Dormi bel bambino.
Vittorio, Viktor,
alzati da quella bara di mogano,
alzati, alzati dalla tomba, e guarda.
Vittorio Arrigoni,
ecco il tuo sangue caldo,
dal mio corpo trasuda,
si insinua nelle parole,
e scivola, scivola dalle mie parole.
Vittorio,
eccoti con la kufiyya,
bandiera degli uomini liberi
e porta della libertà.
Porta che si allarga sempre di più,
sorvolando, sorvolando gli assedi delle mura fasciste.
Al di là, al di là di tutto,
Vittorio,
al di là anche dei tristi rituali mistici dei sufi.
Una ragazza di Gaza, una ragazza araba,
ti piange, ti piange con la disperazione di una sorella,
di una sorella palestinese,
in nome del popolo, in nome della patria, in nome dell’umanità
e ti stampa un bacio,
è un bacio libero, sulla tua fronte
e ti stringe la mano destra nella sua mano,
nella festa della resurrezione di tutti i martiri,
dalla tomba della catastrofe cieca
e dalle carceri degli occupanti,
nel giorno del sorgere dei simboli della verità eterna,
e nell’alba della libertà.
Vittorio Arrigoni, Vittorio Arrigoni,
sei come una rosa moscata,
un fiore, un fiore d’Italia.
La tua ferita, la tua ferita nella terra della Palestina usurpata,
nei profondi significati di Gerusalemme,
e nelle canzoni di Gerusalemme.
Lui è un amico delle palme, un amico del sole,
è amico della bandiera rivoluzionaria,
un fratello dell’internazionalismo.
Vittorio,
uccello del paradiso, Vittorio,
l’ulivo è il tuo spirito
ed è una patria eterna.
L’eco della tua voce rimane eterna,
la tua ombra è un pergolato davanti alla porta di casa.
Tu sei come un falco, un falco negli spazi magici,
le tue ali sono la sincerità delle tue buone intenzioni.
Vittorio, Vittorio, Viktor,
alzati e guarda.
Consola la tua sofferenza in noi,
e ricorda, ricordati che sei ancora la coscienza dell’umanità.
I semi del tuo sangue sono ancora vivi,
è tutto vivo ancora nello spirito,
vive nel popolo, vive in tutti gli angeli della terra,
vive, vive, vive in tutti noi.
Vittorio, Viktor, Vittorio,
sofferenza, nostalgia, pace, salute…
Acque mosse
dal tuo sorriso
su volti di bimbi
in affanno per una carezza
odori e sapori
di genti e storie
di sofferenze lenite
dal coraggio e dalla tenacia
di chi per pochi attimi
nell’eterno bagliore dell’universo
ha creduto e lottato.

Forse non tutti apprezzano i confini
che ci hanno abituato a registrare
con dovizia di carte, il favore
di armamenti pronti a sorprendere
chi ha fame, chi non può permettersi di stare
dove dicono gli altri se non c’è – non c’è –
più di che vivere. E’ un buon motivo
per credere in qualcosa che i trattati
non possono trattare. Se il nome di battesimo
non basta, è dovere di chi spera
– non di chi spara e chi separa –
inventare l’Utopia di una guerriglia
che rende bersaglio dei cecchini
israeliani, a cui puoi opporre solo
un tatuaggio, il tuo restiamo umani,
detto nel sangue, prima che venga maggio,
e sia già in volo.

Un cappello e una pipa d’ulivo:
sbuffa nuvole in un lembo di terra,
grottesco calumet…
Ci dice: “restiamo Umani…”

Lo dicono i suoi occhi tristi
che hanno inghiottito violenza:
Lo dicono a me che stringo i pugni
per un’umanità che mi ha deluso…

“Restiamo Umani…”
dice la sua voce ferma
all’uomo nella bestia che lo guarda
nel delirio di quell’unico dio…

Più umano tra gli uomini
esplodi in un milione di schegge
e ti conficchi nelle carni
Ora non sei, e sei nel passo di ognuno di noi…

Una barca che attracca
in un porto lontano,
scende un uomo con la sacca
basco nero e pipa in mano.

Non è la terra dell’avorio
ma una Striscia alla brace,
lui si chiama Vittorio
un cronista di pace.

Gaza è solo un ostaggio
del colonialismo sionista,
Vik racconta l’oltraggio
Piombo Fuso in vista.

Un diario di bordo
aggiungi morti al bilancio,
e il mondo resta sordo
anche al fosforo bianco.

Penna che scorre veloce
Parole che diventano lame,
questa violenza atroce
riduce un popolo alla fame.

Un inguaribile idealista
inseguendo l’utopia,
hanno ucciso un pacifista
a Gaza vince la follia.

Né martire, né santo,
occhi e cuore partigiani,
la Palestina intona un canto
grazie Vik, Restiamo Umani.