Ascoltando Vik


Quand’era un bambino

"Io sono un bambino. Sono nato a Besana. Ho una sorella. I miei capelli sono di color castano-biondo, gli occhi marrone. Corro veloce. Io so giocare con diversi tipi di carte. Ho delle fotografie di quando avevo pochi mesi.
Ho già cambiato nove denti. Io non ho zanne perchè non sono un lupo."

"Per volere la pace devo guardare intorno a me per vedere se tutti hanno il necessario, la gioia di vivere, la libertà di parlare, di lavorare, di pregare, di amare, proprio come me, che ho tutte queste cose e vivo bene, ogni giorno."
"Non penso di essere un uomo così straordinario.
Certamente non più di tutti i personaggi generosi e temerari che hanno incrociato la mia vita ai margini del mondo. Se posso donare un consiglio, è questo: pazientemente ponetevi in ausculto della sincera voce che fuoriesce dal vostro cuore, cercando di contraddirla il meno possibile."
Anno 2003 - Sull'invasione americana in Iraq

“Mi indigno a sentir parlare di missioni di pace, quando la pace, lo sanno perfino alla scuola materna, la si porta disarmati e con le mani piene di doni. Potrebbero arrivare in Iraq medici, ingegneri, educatori, quelli sarebbero legittimati a definirsi missionari di pace, quegli altri, che arrivano a bordo di carri armati e aerei da guerra, sono predicatori di morte, e della morte non possono certo pensare di essere stati immunizzati. Non mi commuovo per quei soldati.
Mi indigno perché io stesso, molto umilmente, posso affermare di aver interpretato il missionario di pace perché in zone di guerra ho mostrato le mie mani vuote di armi ma piene di amore, solidarietà, empatia.
In Palestina a volte incontravo gente locale che mi scrutava allibita chiedendomi perché diavolo non mi coprissi con giubbotti antiproiettili nel momento di sfilare dinnanzi ai tiratori israeliani. Proprio perché in pace, di pace eravamo vestiti e di nient’altro che potesse essere mai interpretato come emblema di guerra, aggressione, invasione.”

"La storia siamo noi,
la storia non la fanno i governati codardi con le loro ignobili sudditanze ai governi militarmente più forti.

La storia la fanno le persone semplici,
gente comune, con famiglia a casa e un lavoro ordinario,
che si impegnano per un ideale straordinario come la pace,
per i diritti umani, per restare umani.

La storia siamo noi,
che mettendo a repentaglio le nostre vite,
abbiamo concretizzato l'utopia,
regalando un sogno, una speranza a centinaia di migliaia di persone.
Che hanno pianto con noi,
approdando al porto di Gaza,
ma sono state lacrime di gioia.

Il nostro messaggio di pace,
è un invito alla mobilitazione per tutte le persone comuni,
a non delegare la vita al burattinaio di turno,
a prendersi di petto la responsabilità di una rivoluzione,
rivoluzione interiore innanzi tutto, verso l'amore, l'empatia,
che di riflesso cambierà il mondo.

La pace non è un'utopia,
e se lo è abbiamo dimostrato che a volte le utopie si concretizzano.

Basta crederci,
fermamente impegnarsi,
contro ogni intimidazione, timore, sconforto,
semplicemente restando umani.

Restiamo umani."

“Della gente di Palestina,
ho sempre apprezzato l'eterogeneità, la genuinità del tessuto sociale.

Per questo mi capitava di trovarmi a sedere
in un caffè fumoso di arghile,
allo stesso tavolo fra un ex-fedayn fedelissimo del compianto Arafat,
il figlio di un imam con il corano sottobraccio,
un vecchio libraio comunista che vende i pensieri di Gramsci (giuro) sottobanco,
addirittura un giovane sarto che sognava di andare a fare lo stilista d'alta moda a Milano.

Così è altrettanto possibile per dei giovani palestinesi
in quell'enorme prigione a cielo aperto che è Gaza
fare dell'hip hop una nuova intifada musicale
contro l'occupazione militare israeliana.
Tramite la musica riuscire finalmente a dissolvere
le enormi mura in cui Israele si illude di rinchiudere
le anime oltre che i corpi emaciati dalla miseria.

Sinché quelle mura non cadano davvero
rovinando fragorosamente sull'ipocrisia del mondo”.

La prima Palestina

“Sono stato sul Ground Zero.
Vi giuro, è vero, ho camminato fra le macerie, incespicando fra i fossili umani, mi sono asfissiato della cenere che, mi dicono, furon case. L’odore acre del sangue rappreso ha impregnato ogni singola pietra.
Ho camminato sul ground zero, è vero, ma non ero a Manhattan, bensì a Jenin, a month ago, Palestine...
Regna il vuoto. Sovrano il nulla. C’è un indescrivibile spiazzo piatto, deserto. Circondato tutt’intorno da colline di detriti alte anche diversi metri; solo l’ira divina, o un furibondo cataclisma può avere generato tale disastro.  Ma nessun Dio quella notte pilotava gli Apache mandati quaggiù da Sharon, né tantomeno era ai posti di comando delle decine di tank che hanno iniziato a sparare razzi e colpi di cannone, frantumando decine di abitazioni, facendo riemergere l’inferno sulla terra.”
La prima Palestina

“Gli aerei e i caccia ci ronzano intorno come api ebefreniche impazzite dietro il nettare nel sangue dei civili palestinesi.
Il loro veleno è nelle nostre orecchie, ci penetra nel cervello, dappertutto.
Sono i rombi dei motori delle loro macchine infernali che si avvicinano. I bimbi tremano terrorizzati, le donne si rifugiano in casa spaurite, gli uomini scrutano il cielo e l’orizzonte con occhi gelidi. Dopo l’ultimo attacco a Tel Aviv (il martire veniva proprio da qua, Tulkharem) ci si aspetta un assedio ancora più serrato, fra proiettili e grida di pena.
Ora scrivo con l’orecchio teso. Siamo solo in tre al momento qui alla base, e in attesa di rinforzi passiamo in rassegna le storie ascoltate, di vite spezzate e pena e delirio.
Ma gli spari ci richiamano e proprio ora, devo lasciare questo computer comparso per caso e correre in strada a vestirmi da scudo...
Ci hanno chiamato al campo profughi, decine di mezzi militari impiegati. Eravamo solo in quattro e parecchio terrorizzati. Siamo arrivati cinque minuti dopo la carneficina. Ci hanno invitato a entrare nella casa in cui erano appena passati i soldati…sangue ovunque, sui muri, sui pavimenti, sulle scale, come se qualcuno cercasse di scappare mentre dietro uno lo fa via via a pezzi con una scure.. Poi i ragazzi ancora ammanettati a cui con un coltello abbiamo tagliato i lacci. Le mie notti sono infestate di incubi. Assicuratemi che state tutti bene e potrei esser più tranquillo. Fisicamente sono quasi tutto intero, per ora. Take care family.”
La prima Palestina

"Dai buchi filtra luce
Siamo a Seida, a due passi da Tulkarem, tremila anime di un paesino
immerso in una splendida campagna fitta di uliveti e viti, capace
di sfornare diversi martiri consacrati alla jihad islamica. E il nostro
compito quaggiù è quello di vegliare nelle case dei ricercati la
notte, quando i mezzi militari iniziano a girarci in tondo, su e giù per
le colline di questo paese.…
“O ci consegni tuo figlio entro 48 ore o torniamo e ti demoliamo la
casa”, questa la versione israeliana di attacco preventivo.
E inizia a raccontarci la sua storia questo vecchio baba rugoso,
dopo vent’anni trascorsi a sgobbare come muratore alle dipendenze
entro i confini di Israele: “Mi hanno ammazzato il figlio davanti agli
occhi, ora vogliono l’altro, che dovrei fare io? Che male abbiamo fatto
tutti noi? Vogliamo soltanto vivere in pace, perché non ci lasciano
in pace?”
Per lo più questi martiri-guerrieri sono ragazzini di 20 anni con
la faccia troppo dura per essere vera, ritratti nelle foto ai lati delle
strade coi kalashnikov in braccio.
Già diversi di questi giovani partigiani sono stati uccisi a sangue
freddo durante le retate dei soldati israeliani.
Io ho legato con la famiglia di Joseph, intimamente, fraternamente,
tristemente.
Sono arrivati a novembre, in pieno Ramadan, verso le 22 mentre
stavamo cenando tutti insieme.
Qualcuno, qui i muri hanno mille occhi e mille orecchi, ha avvertito
i soldati che A. era tornato a trovare la sua famiglia, hanno
iniziato a sparare tutt’intorno come dei dannati.
Il ragazzo ricercato allora riesce a saltare dalla finestra e cerca la
fuga fra i campi, ma dopo meno di venti passi lo colpiscono in pieno,
lui cade ferito, ma vivo.
Un altro soldato gli si avvicina, lui a terra, disarmato e ferito. Il soldato
gli punta il fucile alla testa e lo finisce sfigurandolo.
Poi questo killer in divisa chiama Joseph, che si avvicina, e l’ebreo,
in arabo stentato gli dice: “Guarda, questo è tuo fratello, l’ho
ucciso io”.
A pochi metri di distanza, tutta la famiglia è ora schierata contro
un freddo muro, sotto shock. Ci sono 15 persone, la metà sono bambini.
Arrivano i bulldozer che si portano via metà della casa.
È la fine di novembre e fa molto freddo a Seida, dalle 22 alle 4
di mattina la famiglia è costretta a rimanere in piedi immobile, coi
fucili puntati sui volti, anche delle donne e dei bambini che rimarranno
per sempre traumatizzati. La madre è folle e ripete continuamente
la storia di quella sciagura, i bimbi avrebbero bisogno di anni
e anni di psicoterapia intensiva per ricucire quel che quella notte ha
infierito per sempre nelle loro coscienze. Tremano come foglie e piangono
continuamente anche quando incontrano noi, temono che siamo
soldati israeliani.
Neanche due stracci per coprirsi nella notte gelida i soldati hanno
concesso loro di poter raccogliere, prima di obbligarli ad assistere
alla distruzione di tutti i loro averi. Anche l’automobile, parcheggiata
lì a fianco, non viene risparmiata dall’ira meccanica dei bulldozer,
che la schiacciano triturandola, la sollevano e la sbattono sul tetto
dell’unica ala della casa ancora in piedi.
Alla fine sembrano essere stanchi e appagati della loro carneficina,
fanno per andar via, ma prima ordinano a un altro fratello di Joseph
di rientrare nelle rovine della casa.
“Why?”
“GO INSIDE YOUR HOUSE!”
Lui si gira, fa per rientrare, un soldato gli spara a una gamba.
Joseph ha un occhio celeste e l’altro più scuro. Non gliel’ho
mai domandato, ma sono convinto che da quella notte qualcosa si
è spento per sempre in lui, e se non passa il confine di filo spinato
e si fa saltare per aria in qualche discoteca o centro commerciale di
Tel Aviv, è solo perché ha una moglie e 5 splendidi bimbi a cui
pensare.
Siamo palestinesi anche noi ora, e l’immagine straripante di
emozioni che preserverò indissolubilmente sempre dentro di me è
stato il veder comparire tra gli ulivi di Seida la figura del ragazzo ricercato
(R., il fratello di A. barbaramente ucciso) che tornava a casa
dopo tanto tempo, fra le urla di gioia dei bambini festanti, la madre
che alzava le braccia al cielo ringraziando Dio, e il babbo con gli occhi
lucidi con cui l’ho visto poi appartarsi per pregare assieme, in un
innumerevole susseguirsi di inchini riverenti ad Allah. E ho sgranato
gli occhi sul continuo ciondolare sulla cinta del ragazzo di una rivoltella
e una bomba a mano, a svelare l’assurdità del mondo e di
questa vita.
Allah akbar
Allah akbar
Allah akbar
E allora sono tornato indietro in Italia di una sessantina di
anni. I partigiani nascosti sulle montagne, pronti a morire in battaglia
contro l’occupazione nemica. Le famiglie disperate più a
valle, alla ricerca di informazioni o di un contatto col parente disperso.
Non è per religione, né per ideale politico che questi ragazzi di
campagna si sono convertiti in guerriglieri. Non si sognavano neppure
di invadere Israele per compiere attentati. Ma la disperazione di
chi si trascina dietro una serie infinita di lutti e disperazioni crea soldati
pronti al martirio. E un’occupazione estenuante e terribile come
quella israeliana ha reso temibili combattenti dei semplici contadini
ineruditi.
...
Certo è che se fossi nato quaggiù e avessi visto morire la mia gente
e martoriata la mia terra, durante tutta la mia breve esistenza, forse
non avrei esitato un istante neanch’io a imbracciare il Kalashnikov
e a giurare battaglia in difesa della mia gente. E da un dio
qualsiasi avrei fatto benedire la mia anima.
Cinque mesi sono trascorsi da quella notte di sangue e acciaio bruciato.
Dieci giorni fa i soldati sono tornati a fare il tiro a segno verso
le finestre della casa di Joseph, che nel frattempo è stata ricostruita
quasi per intero. Solo la stanza in cui dormiamo è ancora ridotta un
groviera da quando lanciarono in un armadio una granata. Fori sul
soffitto, alle pareti, ovunque.
All’alba penetra la luce, e ferisce, perché risveglia all’incubo di
questa vita."
Intervista rilasciata a Sara Villa per Blitz quotidiano

1. Lei risiede a Gaza e da anni si interessa e vive di persona i problemi di quest’area: perchè ha scelto di stabilirsi proprio qui e di occuparsi di questo?

Per uno come me, venuto su a pane e antifascismo, la lotta per la liberazione della Palestina è l’arena più congeniale per esprimere ciò in cui più credo. L’unico, l’ultimo popolo al mondo ancora oppresso da una egemonia coloniale. Questo e molto altro. Come Mandela non si è mai stancato di dire nel corso della sua lotta, dobbiamo avere la consapevolezza che la Palestina è una delle più grandi cause morali del nostro tempo. 

2. Quando nasce guerrillaradio e perchè?

l perchè del blog guerrillaradio si fomenta 7 anni fa in una cella d'isolamento di un carcere a Tel Aviv, nella quale fui recluso e torturato prima di subire un ingiusto processo, la mia unica colpa essere un attivista incorruttibile nel campo dei diritti umani. Nel corso degli anni, l’urgenza è stata sempre la stessa: voler comunicare una realtà abbastanza conosciuta ma spesso e volentieri mistificata. Dar voce ai senza voce. 

3. Guerrilla (militare, politica ecc...) è qualcosa che, di base, si fa con armi inferiori rispetto alla guerra. Quali sono le sue "armi", i suoi strumenti? 

Parafrasando la Crudeltà di Artaud, guerrilla è una guerriglia ideale, contro l'accanimento terapeutico all'informazione moribonda veicolata dai grossi media, ormai istituzionalizzati, lobotomizzati quindi a grancassa di una politica mediocre che non si vuole estinguere. Guerriglia non perchè io voglia intendere un moto tumultuoso di violenza, la parola guerrilla dev'essere intesa in senso lato e non nell'accezione fisica e rapace che abitualmente le si riferisce. Si può benissimo immaginare una guerriglia senza strazio carnale. Dal punto di vista del mio spirito, guerrilla significa rigore, applicazione alla ribellione e decisione implacabile, determinazione irreversibile, assoluta. Da questo punto di vista Gandhi a mio avviso è stato un implacabile guerrillero.

4. In questi anni ha affrontato momenti difficilissimi, prigionia e sequestri di persona: si è mai sentito scoraggiato o ha mai pensato di interromper la sua “missione”? Cosa la spinge a continuare?

Avendo fatto della mia vita una missione, laica e  civile, dimettermi dalla missione significherebbe dare le dimissioni dalla vita. Un suicidio. Ci sono esistenza più spendibili di altre, e la mia è una di queste. Tutto sta nello spenderle per qualcosa d’impagabile, come la lotta per la giustizia, la libertà. 

5. Guerrillaradio e guerrilla marketing. Entrambe vogliono dimostrare che un altro modo di fare informazione/advertising è possibile, anche senza utilizzare i media mainstream. Entrambe richiedono la partecipazione e il coinvolgimento delle coscienze/persone. C'è un modo tradizionale di fare advertising, e un modo non convenzionale, che sfrutta le nicchie, lascia da parte i grandi budget, cioè che va contro corrente. Conosce questo modo non convenzionale di fare advertising?

Credo che anche le grosse testate si stanno accorgendo del tramonto dell’epoca degli strilloni. Il successo dei social network dimostrano la volontà di essere compartecipi degli eventi e della Storia, come narratori in prima persona piuttosto che semplici lettori. Io non sapevo come era fatto un pc prima del 2002, poi non ho piu’ perso tempo.

6. In questi anni il guerrilla marketing è stato utilizzato per molte campagne sociali (Greenpeace e Amnesty International su tutte), qualcuna l’ha colpita particolarmente in maniera positiva? E in negativo? 

Beh, Greenpeace faceva guerrilla marketing quando ancora questo termine non era stato coniato. Penso un guerrilla marketing all’incontrario sia rappresentato da buona parte dei nostri politici, lo si è visto giusto questa settimana. Concentrati un attimo sull’immagine pubblica del nostro premier: un anziano di 75 anni, con vari acciacchi, che si pone dinnanzi alle sue telecamere solo dopo estenuanti sedute di liposuzione, lifting facciali e autotrapianti di capelli, un inferno pover’uomo. Un uomo che mente perfino sulle rughe e sui suoi capelli che immagine vuoi che dia della politica italiana? Tutta un artificio.

7. Lei è anche uno scrittore, come promuove i tuoi libri? Ha mai pensato di farlo attraverso il guerrilla marketing e i suoi strumenti che permettono di ottenere risultati con budget limitati e bypassare tv e giornali? 

Per il mio libro pubblicato e tradotto in 6 lingue, e  per il secondo in cantiere, sempre sulla tragedia della Palestina e di Gaza che resiste, non posso certo sperare nell’attenzione di chi politicamente ha scelto l’appoggio incondizionato dell’oppressore. Non mi resta che il porta a porta, girare lo Stivale come ho fatto per Gaza Restiamo Umani. Un viatico di incontri con un’Italia che non appare sulle prime pagine dei giornali o nei reality. Un’Italia avvinta dai problemi economici, ma che conosce ancora la solidarietà e l’empatia con chi lotta per la sopravvivenza. Se poi ci saranno occasioni di guerrilla market ben venga, come l’anno scorso quando, durante una presentazione, proiettai dei video che mostravano cecchini israeliani fare il tiro a segno sui civili di Gaza, sulle mura della Fiera del Libro di Francoforte, e io e il mio traduttore Felix fummo sul punto di essere cacciati fuori.

8. Ultimamente si fa un gran parlare della democraticità di internet: in base alla sua esperienza, pensa che internet sia un mezzo democratico? Pensa possa dare realmente la possibilità di fare un giornalismo partecipativo e non uniformato? 

Internet è sicuramente ancora un mezzo democratico di diffusione del sapere, e questo crea grande preoccupazione ai quei governi poco avvezzi alla democrazia. E non mi riferisco esclusivamente  alla Cina o alla Corea del Nord. Ritengo che gli scoop sgonfiati di WikiLeaks non siano altro che armi di distrazione di massa, che con la scusa della sicurezza daranno il via ad un tentativo di imbavagliare la rete da parte dei governi occidentali, USA in testa.

9. Come fa l'informazione a essere indipendente? Informazione libera, significa libera dal sistema economico che la guida? Il marketing e la pubblicità possono essere liberi?

Indipendenti in Italia non sono le televisioni come è noto, ma neanche i quotidiani a maggiore tiratura come Corriere e Repubblica, con linee editoriali strettamente vincolate dai sistemi economici che ne detengono le azioni: Confindustria e De Benedetti. L’informazione realmente indipendente è rara ma va sostenuta. Penso a  Radiopopolare, sostenuta principalmente con gli abbonamenti dei suoi ascoltatori, o Il Manifesto che è una cooperativa, senza padrini nè padroni, e di fatto sono liberi.

10. Nel suo sito dopo le prime righe c'è scritto: "contro la corruzione mediatica". La pubblicità contribuisce alla corruzione mediatica? Potrebbe non farlo?

Proprio il mese scorso ho pagato di tasca mia affinchè la piattaforma web che ospita il mio sito levasse la pubblicità dalle mie pagine. Senza i proventi della pubblicità molte realtà editoriali chiuderebbero subito, ne sono consapevole,  e’ fondamentale allo stesso tempo porsi dei limiti, e in termini di contenuti, e in termini di spazio. Ricordo Libero di Feltri quando uscì per la prima volta nelle edicole: un terzo delle pagine era solo di pubblicità. Libero di Feltri, un ossimoro.

11. Il nostro magazine parla di comunicazione non convenzionale e anche la sua è comunicazione non convenzionale. Chi va contro corrente deve avere coraggio (sia nell'informazione che nella pubblicità): qual è la chiave per avere successo e arrivare alle orecchie e alla mente della gente?

Non dimentichiamoci del cuore, soprattutto del cuore. Personalmente percepisco che il credito che mi viene conferito quando scrivo sul blog o dovunque mi sia concesso uno spazio, Il Manifesto, Peacereporter, Infopal o altro,dipenda dalla credibilità e dal rispetto che mi sono guadagnato sul campo. Quando un  attivista per i diritti umani rispettato impugna la penna come una spada, ci si attende rispetti gli stessi canoni di veridicità  e onestà che regolano il suo attivismo.

12. Se dovesse dare un consiglio a chi si occupa di comunicazione cosa gli direbbe?

Niente trucchi da quattro soldi. Dillo chiaro. Dillo vero. Dillo subito.

Gli orfani di Nema - per PeaceReporter - luglio 2010

Gli Abu Said sono beduini, e da quarant’anni vivono dei frutti della loro terra in una fattoria isolata nei pressi di Johr el-Diek, davanti al confine a Est di Gaza City, e per quarant’anni dichiarano di non avere avuto grossi problemi con il bellicoso vicinato israeliano. In realtà, approfondendo il discorso con il capofamiglia, dopo la prima intifada, la seconda intifada e l’inizio dell’assedio, sotto la minaccia delle armi hanno dovuto progressivamente arretrare di molto le loro coltivazioni, se vent’anni fa aravano a ridosso al confine ora sono retrocessi di 400 metri, con perdite rilevanti: dei bei frutteti che una volta prosperavano carichi di frutta non sono rimasti neanche le radici.
Nonostante la posizione sfavorevole  Piombo Fuso non ha macinato vittime nella famiglia Abu Said. Il massacro si è tuttavia perpetrato 2 giorni fa.
E’ martedì sera, sono circa le ore 20:45, alcune donne stanno prendendo il fresco nel cortile dinnanzi a casa, quando odono un colpo sordo seguito subito dopo da un’altro e da un forte ronzio, come di una migliaia di insetti sparati a tutta forza contro di loro. Lo sciame di api metalliche inizia a infierire sulla facciata dell’abitazione, riducendola presto un colabrodo, poi con il loro pungiglione di acciaio attaccano fameliche la carne delle beduine.
Senza nessuna ragione per giustificare un attacco, un carro armato israeliano ha sparato due colpi di artiglieria: Amira Jaber Abu Said, 30 anni,  è colpita e ferita alla spalla da schegge di esplosivo e frecce di acciaio, mentre la cognata ventiseienne Sanaa Ahmed Abu Said perde sangue da un piede. Si rifugiano in preda al panico all’interno dell’abitazione e chiamano un’ambulanza, mentre dalla torretta militare sotto la quale staziona il blindato israeliano, una mitragliatrice spara verso di loro ininterrottamente per dieci minuti.
Le ambulanze raggiungono la zona dopo un quarto d’ora, ma sono costrette a tornare indietro: le Forze di Occupazione Israeliana non concedono loro il coordinamento per passare e minacciano di fare fuoco anche contro i paramedici.
Dopo circa un’ora di apparente quiete, Nema Abu Said, trentatreenne madre di cinque bambini, si accorge disperata che il suo figlio più piccolo Nader, dorme ancora all’esterno della casa inconsapevole del pericolo che sta correndo. Si getta fuori per raccoglierlo, quando si ode un altro corpo sordo e l’ennesimo sciame di frecce assassine la colpisce. Nema muore all’istante. Suo cognato, Jaber Abu Said, 65 anni, è ferito dalle schegge del proiettile alla coscia destra.
La famiglia ha continuato a chiamare i soccorsi invano: un’ambulanza della mezza luna rossa ottiene il permesso israeliano per arrivare sul posto solo dopo due ore, e raccoglie 3 feriti e una donna ormai cadavere.
Al termine dell’operazione militare “Piombo Fuso”, che a ha causato più di 1400 vittime, la stragrande maggioranza civili, fra i quali 300 bambini, Amnesty International ha documentato i tipi di armi utilizzate dalle forze di occupazione israeliane contro la popolazione di Gaza.
Fra queste le freccette, che sono piccoli dardi metallici dalla punta acuminata, lunghi 4 cm e provvisti di 4 alette nella parte posteriore, con cui vengono caricati i proiettili da 120 mm dei carri armati. Quando il proiettile esplode in aria, a 30 metri dal suolo, disperde uno sciame di 5mila-8mila freccette in un raggio conico, investendo un’area larga 300 m e lunga 100.
Utilizzate e poi bandite dall’esercito statunitense in Vietnam, essendo un’arma antipersona, l’uso delle freccette dovrebbe essere vietato in aeree abitate. Dal 2001 a oggi, a Gaza come in Libano Israele non lesina il suo illegale utilizzo.
Il 5 gennaio 2009 a Beit Hanoun,  Nord della Striscia, numerosi proiettili carichi di freccette furono sparati sulla strada principale, uccidendo due civili: Wafa’ Nabil Abu Jarad,  giovane madre di 21 anni incinta di due gemelli, e il sedicenne Islam Jaber Abd-al-Dayem,  colpito da una freccetta al collo. Un anno prima, il 16 aprile 2008 fu ucciso dalle freccette il giovane cameraman della Reuters Fadel Shana; sempre a Johr el-Diek, a poche centinaia di metri dalla fattoria della famiglia Abu Said.
Nel 2003 l’Alta Corte Israeliana ha respinto una petizione presentata da due gruppi per i diritti umani che chiedevano di mettere al bando l’uso delle freccette a Gaza.
Secondo uno dei propositori della petizione, ilPhysicians for Human Rights  associazione medica USA premio nobel per la pace nel 1997,  le freccettesono armi a vocazione terroristica, congegnate non solo per uccidere, ma per provocare ferite e disabilità permanenti.
Volgendo le spalle al confine, alle torrette militari, ai radar e al reticolato di filo spinato, abbiamo lasciato Jaber e il resto della famiglia Abu Said che continuano a vivere nella stessa fattoria. Per l’orgoglio di voler morire sulla loro terra e perché non hanno altri luoghi dove rifugiare.
Per tutto il tempo della nostra visita di condoglianze il piccolo Nader ci chiedeva se sapevamo dove fosse la sua mamma. Nessuno dei familiari ha ancora trovato le parole adatte per spiegare a questa innocente creatura l’aberrazione di un altro massacro.
Ma queste parole realmente esistono?
Restiamo Umani.
Vittorio Arrigoni
“Amo l’Africa degli africani che ti feconda dentro e te ne vai in giro incinto di lei ovunque e comunque.”

“A casa mia ogni opinione ha diritto di parola,
per esempio io a un negazionista non darei un microfono,
ma gliene darei un centinaio,
non perché mi riconosca nelle sue idee,
ma per demolirle in un confronto alla luce del sole.”

"Memore di tutti gli insegnamenti della mia più stretta ascendenza,
non retrocederò dinnanzi al manganello fascista 
ne allo stivale israeliano che calcia la mia faccia.

Così come i palestinesi
traggono nuova linfa di rivincita da ogni sconfitta,
nuovo rigore e sostanza 
dal sangue dei loro morti,
del mio sangue sono disposto a sporcare le coscienze dei miei possibili aguzzini,
sinchè il sangue non sarà il rosso della loro vergogna
sinchè il sangue non sarà il semaforo rosso alla loro violenza
sinchè il sangue non sarà il colore del tramonto
della malattia dell’ odio."

“Se dovesse dare un consiglio 
a chi si occupa di comunicazione cosa gli direbbe?
Niente trucchi da quattro soldi. Dillo chiaro. Dillo vero. Dillo subito.
“Ci sono esistenze più spendibili di altre, più dedite al sacrificio avendo testato sulla propria pelle tutta la sofferenza del mondo, e non riuscendo a scrollarsela di dosso, si impegnano per prevenirla, lenirla a chi sta più a cuore.
La mia è una di queste esistenze.
Tutto sta nel spenderle per qualcosa d’impagabile, come la lotta per la giustizia, la libertà. Sono convinto che cercare di lenire il dolore di un intero popolo oppresso da più di 60 anni, se é una buona ragione per vivere, lo é anche per morire.”
"Quello che andavo a fare io è quello che l'Onu non è ancora riuscita a fare, interposizione.
Civile o militare sempre d'interporsi si tratta, è necessario."

"Primo Levi, credimi, il giorno della memoria ha figliato più amnesici che memori."

“Chère famille, spero e prego all’ombra della moschea che stiate tutti divinamente bene. Vi ringrazio tutti per l’appoggio che comunque sento a distanza, con profondo affetto e rispetto e orgoglio, vostro figlio e fratello smarrito sulla via della luce. Peaceloveempaty”
16 febbraio 2011, al padre Ettore

"Caro padre,
in questi istanti difficili vorrei non fossimo distanti, e che tu sentissi quanto palpita e sanguina il cuore di un figlio. Tutta la nostra famiglia non è mai stata così unita come in questa giornata. Cerca di sentire tutta la nostra forza, che ti sostiene e ti sprona a combattere come hai sempre fatto per tutta la vita, e tutto il nostro amore, per non mollare. Mi viene da sorridere a pensare alla tua sorpresa nel constatare quanto affetto ti circonda, quanta vicinanza ti hanno dimostrato in questi ultimo giorni, amici vicini e lontani. Per tutta l’esistenza ti sei prodigato nel fare del bene, ora questo bene ti ritorna indietro, devi andarne fiero. In un lontano passato ci abbiamo messo del tempo per rispettarci e onorarci, trovare la migliore via per volerci bene nelle nostre convergenze e divergenze. Quello che non ti ho mai detto è che per me, tuo figlio, tu, mio padre, sei sempre stato un modello da seguire per onestà, umiltà e generosità Anche da distante. È così dal primo giorno e sarà così fino al mio ultimo giorno. Resisti, questo dolore è l’ennesima prova da affrontare e superare, sono le stagioni della vita che fanno il loro corso e a cui ci dobbiamo adattare. Gli ultimi e i diseredati del pianeta che frequento da parecchio, mi hanno insegnato l’importanza di ogni semplice gesto, un sorriso, una parola di conforto, una sincerità tenuta troppo all’oscuro. Per questo, oltre a quello che ti ho già scritto, ti rinnovo il mio più caldo sentimento figliale: ti voglio bene.
Tuo,
Vittorio."